Non chiamatelo smart working, quantomeno in Italia. E dopo il coronavirus che ne sarà?

Ciò che stiamo attuando è una sorta di versione d’emergenza del reale modello. E la possibilità che, terminata l’urgenza, si torni alle vecchie abitudini è molto alta.

Non chiamatelo smart working, quantomeno in Italia. E dopo il coronavirus che ne sarà?

L’emergenza mondiale legata alla diffusione del Covid-19 ha reso “necessario” un adeguamento professionale in modalità “smart working” che ha coinvolto moltissime categorie di lavoratori. Anche se nel caso italiano questo lavoro “intelligente” sarebbe forse più onesto limitarsi a definirlo “da remoto”.

Partiamo da un dato acclarato precedente alla diffusione dell’epidemia: la diffusione dello smart working in Italia è inferiore alla media mondiale. Cerchiamo quindi di capire come ce la stiamo cavando, quali sono le ragioni per cui, invece, il mondo utilizza in maniera sempre più diffusa questa modalità di lavoro e se c’è speranza per il Belpaese al termine dell’emergenza.

Non chiamatelo smart working, quantomeno in Italia

Non chiamatelo smart working”: troppo bassa la digitalizzazione delle imprese italiane e evidenti differenze fra nord e sud nell’indagine condotta ad esempio dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

Bassa digitalizzazione di imprese e lavoratori, pesanti limiti legati alle infrastrutture del Paese e diffidenza da parte di imprenditori all’adozione di questa modalità di lavoro: queste le principali criticità che stanno caratterizzando la sperimentazione, in corso su tutto il territorio nazionale, dello smart working per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

Si tratta del “test” più grande che sia stato condotto sul lavoro agile nel nostro Paese e che coinvolge 2 milioni 205 mila dipendenti, il 17,2% della forza lavoro in organico delle imprese italiane.

Oltre ai limiti logistici emerge anche un atteggiamento di diffidenza verso il lavoro agile da parte di larghi segmenti del tessuto imprenditoriale (79,3%) che non contribuisce alla sua diffusione in questa fase emergenziale.

Le difficoltà e benefici

Guardando, poi, all’impatto prodotto dallo smart working sui processi lavorativi e ai suoi benefici, le valutazioni fornite appaiono complesse.

Per il 74% degli intervistati le difficoltà di coordinamento a distanza dei gruppi di lavoro rallentano i processi decisionali e produttivi, creando disfunzionalità e inefficienza.

Il 50,6% dei Consulenti del Lavoro pensa che il lavoro da casa aumenti responsabilità e produttività dei lavoratori, ma il 49,4% pensa l’esatto opposto.

Similmente, a fronte del 47,8% che afferma che con lo smart working si crei un clima di maggiore fiducia e collaborazione tra management e risorse umane, il 52,2% non è d’accordo con tale affermazione.

C’è speranza futura?

Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, ha inoltre spiegato che le aziende si sono trovate da un giorno all’altro a dover organizzare e gestire il lavoro da casa bypassando la ‘cultura dello smart working’, ovvero tutti quei percorsi di progettazione, sperimentazione, comunicazione, sensibilizzazione, formazione e monitoraggio di questo modello organizzativo. Senza considerare poi l’investimento che questo richiede in termini di infrastrutture tecnologiche private, ma soprattutto pubbliche.

Da anni ripetiamo che una cultura moderna del lavoro fatica a radicarsi in un Paese, come il nostro, che non è in grado di garantire una copertura uniforme di banda larga”, sottolinea De Luca.

Quindi, nella maggior parte dei casi, ciò che stiamo attuando è una sorta di versione d’emergenza del reale modello di smart working. E la possibilità che, terminata l’urgenza, si torni alle vecchie abitudini è molto alta.

Perché altrove ci si crede?

Appurato dunque che il nostro Paese non era pronto e che la declinazione d’urgenza messa a punto ora non rappresenta una base per colmare il gap con gli altri Stati che fanno largo utilizzo di questa modalità di lavoro, cerchiamo di capire le ragioni per cui si punta tanto questa soluzioni.

Una risposta interessante ci viene fornita dal progetto ELENA sviluppato dal Dipartimento Pari Opportunità con il Centro Dondena dell’Università Bocconi, in cui si è attuato un esperimento randomizzato in cui un gruppo di lavoratori di una grande azienda è stato selezionato in modo casuale per lavorare smart per 9 mesi (gruppo trattato) e un altro gruppo (di controllo) ha continuato a lavorare tradizionalmente.

Confrontando i risultati dei lavoratori del gruppo trattato e di quello di controllo si ottiene una stima degli effetti causali dello smart-working sugli indicatori rilevanti: produttività, benessere individuale e bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale. Lo smart-working ha aumentato la produttività dei lavoratori, migliorato il benessere e migliorato il bilanciamento tra lavoro e famiglia. Tutti gli indicatori di produttività vanno nella stessa direzione: la produttività è stata misurata in modo oggettivo sulla base dei risultati dei lavoratori, del rispetto delle scadenze e del numero di assenze, e in base al giudizio dei supervisori di ciascuno lavoratore. I lavoratori smart sono più soddisfatti della loro vita sociale, del loro tempo libero, sono più concentrati, apprezzano di più le loro attività quotidiane, riescono a risolvere meglio i problemi e prendere decisioni, riducono lo stress e la mancanza di sonno.

Sono diverse le ricerche del medesimo tenore, che paiono confermare i benefici complessivi di questa modalità di lavoro. A ciò si aggiunge un elemento per nulla trascurabile: limpatto ambientale. Il traffico sarebbe sensibilmente ridotto con effetti positivi per ambiente e qualità della vita dei cittadini.